lunedì 24 ottobre 2011

AUTODETERMINAZIONE E ANTICAPITALISMO

La Val di Susa è un perfetto paradigma, un cammino che, se percorso, potrebbe aiutarci davvero a uscire da questo Sistema. Il 15 ottobre potrebbe aver dimostrato che la via della grande manifestazione nazionale (internazionale addirittura) non è più la migliore; e se l'anticapitalismo potesse essere portato avanti nelle piccole vertenze locali? E se fosse più semplice e magari più redditizio cercare di cambiare il sistema nel piccolo?
Certamente la lotta dei No TAV è volta alla difesa dell'ambiente, della sanità, del paesaggio e dell'autodeterminazione, ma senza esagerare possiamo definirla anche una lotta anticoloniale, contro il sistema della crescita infinita, contro le politiche della speculazione e più in generale anticapitalista.
Ora, certamente, portare avanti la lotta anticapitalista impedendo la costruzione della TAV è molto più facile che scendendo in piazza e accampandosi come si voleva fare il 15 ottobre; di certo applicarsi sul locale sarà più vantaggioso che combattere contro i mulini a vento del capitalismo planetario. Non è che sia una passeggiata, ma tra la padella e la brace è sempre meglio la padella.
E dunque? E dunque non sarebbe male se si andasse al di là della singola presenza delle forze anticapitaliste in tutte queste vertenze locali, bisognerebbe cercare di tessere una rete (che già di sicuro esiste, ma come ha dimostrato il 15 ottobre è tremendamente fragile) di collegamenti.
Ugualmente anche la questione dell'autodeterminazione deve entrare ancora di più nella dialettica delle forze anticapitaliste, forse fino ad ora troppo legate alla concezione rigidamente statuale dell'Italia come una, indivisibile e repubblicana. Tutto questo anche considerando che, ormai, con la globalizzazione, l'autodeterminazione non è più solo un diritto dei popoli, ma anche delle popolazioni e così anche i valsusini (e non solo i curdi o i baschi) hanno diritto alla loro scelta autodeterminata.
(d.p)

lunedì 17 ottobre 2011

Vacanze romane 1 / 15 Ottobre: considerazioni sugli scontri

Quest'articolo non avrebbe dovuto essere scritto: è in realtà l'ammissione di un fallimento giornalistico personale, dal momento che il 15 ottobre per me è stato uno dei cortei più tranquilli di sempre. Non ho visto in diretta uno scontro, non ho visto i poliziotti se non schierati nelle traverse di via Cavour o al Circo Massimo, ho visto soltanto le vetrine rotte e le macchine incendiate, ma quasi un'ora dopo che tutto era successo, e dalla via Ostiense ho visto levarsi il fumo della camionetta dei carabinieri incendiata a San Giovanni. Per il resto un corteo tranquillissimo, sembrava su Marrulleri, con la gente che ballava dietro i camion dei vari spezzoni. Vorremmo però, pur non avendo assistito in prima persona agli scontri, dare alcuni pareri sulle considerazioni che i grandi media hanno fatto:
  1. E' sbagliato dire che chiunque indossasse un casco e un passamontagna (o una kefiah, o una sciarpa) fosse un membro del black bloc: il passamontagna, inumidito con limone, aceto o malox è un'ottimo rimedio contro gli effetti dei gas lacrimogeni che, come tutti i gas (nobili o meno) colpiscono imparzialmente buoni e cattivi.
  2. Anche il casco può essere uno strumento di autotutela, non si sa mai cosa può succedere né tantomeno le forze dell'ordine si comportano sempre in maniera corretta e dato che picchiano sia chi ha il casco, sia chi non ce l'ha, meglio averlo.

Piccole considerazioni pressoché personali, ma comunque utili, sebbene in una misura minima, per impedire che il perbenismo dei grandi media monopolizzi il dibattito sugli scontri tracciando una linea troppo netta tra buoni e cattivi.

(d.p.)

sabato 8 ottobre 2011

15 OTTOBRE! ALZIAMO IL LIVELLO DELLO SCONTRO SOCIALE!

NON ABBIAMO PIU' NULLA DA PERDERE.
IL 15 OTTOBRE ALZIAMO IL LIVELLO DELLO SCONTRO SOCIALE!



15 OTTOBRE: Manifestazione delle studentesse e degli studenti sardi! L'appello degli studenti

Noi giovani, studenti ed ex studenti, siamo quelli che pagano e pagheranno di più il prezzo della crisi economica che si è venuta a creare.

Davanti a noi c'è solo il buio, la precarietà è diventata il nostro paradigma di vita, l'unica parola che il nostro futuro conosce è 'incertezza'.

Il nostro presente è sicuro finché lo è quello della nostra famiglia, ammesso che non rientriamo in quelle decine di migliaia di nuclei familiari abbattuti dai licenziamenti, dalla cassa integrazione, dalla forte diminuzione del potere d'acquisto.

La scuola pubblica italiana è uno dei pochi strumenti che abbiamo per poter sperare in un futuro dignitoso ma anch'essa è perennemente sotto attacco del governo italiano che nel corso degli anni l'ha privata di miliardi di euro, snaturandola e abbassandone sempre di più la qualità.

Insomma, la scuola così come i vari servizi primari che garantiscono un degno stato sociale pagano la crisi delle banche e cioè noi paghiamo la crisi delle banche. Ci chiedono i sacrifici ma nello stesso tempo non vengono toccate le spese militari, non vengono toccati i privilegi parlamentari, si persiste nel ritenere necessarie grandi opere ultra costose come la Tav, non si attua una vera politica contro l'evasione fiscale.

L'alternanza politica ci ha mostrato che nulla cambia. Centrodestra e centrosinistra sono entrambe voce del liberismo e dei grandi poteri finanziari. Privatizzazioni, sostegno alle guerre imperialiste e assassine, sostegno alle grandi opere, nessun aiuto alle fasce più deboli della popolazione sono elementi comuni ad entrambi.

Davanti a tutto questo non possiamo stare in silenzio. La crisi non è nata dal nulla, la crisi è frutto delle scellerate politiche liberiste attuate dai governi europei. Ha un perché e ha dei responsabili. Non facciamo ingoiare dalle fauci del capitale.

Costruiamo noi l'unica e vera alternativa.

Ci appelliamo a tutti gli studenti sardi chiedendo loro di organizzarsi ed essere presenti per dare una forte e unica voce alla nostra protesta.

APPUNTAMENTO SABATO 15 OTTOBRE ALLE 10 IN PIAZZA ROMA.

15 OTTOBRE: INDIGNADOS SARDI TUTTI A ORISTANO. IL DOCUMENTO POLITICO.

Il 15 Ottobre sarà una giornata di mobilitazione internazionale. Studenti, universitari, giovani, disoccupati, operai, precari, pensionati, lavoratori di ogni settore scenderanno in piazza in tutte le città del mondo.
Oristano per questa giornata sarà il centro della Sardegna e accoglierà tutti gli 'indignados' sardi.

I giovani, gli studenti, gli universitari apriranno la mattinata con un corteo che partirà alle 10 da Piazza Roma.
A partire dalle ore 16 in piazza Eleonora si darà avvio a un presidio con dibattito e workshop in cui si cercherà di dare un'unica voce alle tante lotte in corso nell'isola.

Di seguito il documento politico:

“Noi il debito non lo paghiamo”; a Roma, Rejkiavik, Londra, Atene, Madrid, New York, Tel Aviv, Berlino, questa parola d’ordine ha assunto una forma molto chiara: “L’assemblea nazionale respinge qualunque ipotesi di alternanza di Governance della crisi del capitalismo; … smaschera i responsabili della crisi e agisce contro i loro simboli, riconquistando la sovranità ed esercitando nuove forme di appropriazione di reddito e di vita”.

Si è aperto il tempo dell’indignazione, e tutti noi ne siamo l’assemblea nazionale. La nostra isola è già da tempo questa coscienza in marcia da quando operai, contadini, pastori, lavoratori precari, giovani, hanno sentito questa necessità nei propri destini; come a Sintagma o a Puerta del Sol la china discendente della borsa e la china ascendente del debito misurano loro malgrado un sentimento comune, la ribellione emergente ovunque in quello che hanno tenuto finora come il loro titolo oscuro, il popolo.

Quella che con troppa gentilezza è stata chiamata finora “l’indignazione” sta assumendo questa dimensione di massa per il traboccamento intollerabile della “indegnità”; dietro l’indegnità oggi a noi più manifesta, quella di un capo di governo corruttore, irresponsabile e bugiardo, vi è l’indegnità di tutto un ceto politico che in forza dei propri privilegi esercita il mandato costituzionale con indegnità e disonore; ma dietro a questo velo servizievole della casta politica vi è la grande religione mondiale del libero mercato, della speculazione internazionale e delle banche.

I profeti di questa tragica situazione esordirono quando stava nascendo quella che oggi è la generazione senza domani da essi tenuta a battesimo; ridussero tutti i comandamenti a uno solo: “Arricchitevi” (Deng Siao Ping); “Tutto ciò che non è vietato è permesso” (Ronald Reagan); “Esistono gli individui, la società non esiste” (Margaret Tatcher). Wall Street, il Fondo Monetario, la Banca Centrale Europea, e quindi le banche d’affari, gli artifici sul rating, la rottura delle dighe sul debito sovrano e infine le difficoltà di vita per la generalità dei cittadini, o la riduzione stessa della vita all’ avvilimento e alla paura, questo è il prodotto storico di quella dottrina e delle sue conseguenti decisioni.

Essa non ha mondializzato il mercato, o il lavoro, o il profitto, o il capitale; ha mondializzato il crimine, la speculazione, il superprofitto ed il debito, cioè l’esatto contrario di quanto diceva di assicurare. Ha pervertito la democrazia, riducendola in una farsa senza fine tra sedicenti liberali e sedicenti riformisti; ha oltraggiato le costituzioni, nate sulla prova inumana di guerre estreme; ha sottratto il futuro ai giovani e i giovani al futuro, solo per tenere il futuro rigidamente per sé e i giovani per nessuno, come un eterno presente senza uomo, dispiegato sotto l’onnipotenza delle transazioni finanziarie.

Come è chiaro i primi a cadere nel cappio sono i debitori più deboli e più ricattabili; per questo dopo la Grecia la tenaglia si stringerà ancor più sull’Italia, e ogni giro di vite sarà accompagnato da prediche politiche sulla “necessità”: la necessità che i cittadini paghino ancora la speculazione per avere un altro giorno di respiro, che i lavoratori paghino ancora il superprofitto per un altro giorno di precarietà, e ovviamente che la colonia interna ceda quanto ancora le rimane di territorio e di vita.

Non sappiamo quanti modi vi siano per neutralizzare questo mostro; prima di colpirlo al cuore è infatti necessario recidere tutti i tentacoli che stanno stritolando l’economia mondiale, la sostenibilità ambientale e le nostre esistenze; ma alcune cose sappiamo: il debito va pagato dal sovraprofitto e dalla speculazione, cioè da tutti i responsabili e i beneficiari diretti di esso; vanno chiusi immediatamente i canali della spesa militare; va sciolto il grumo castale che ha spalancato le porte alla corruzione e ha chiuso ai cittadini l’accesso alla democrazia.